Disparità e rappresentazione di genere nell’industria creativa italiana

Ciao! Se sei qui, è perché probabilmente hai letto l’articolo di i-D Italy e ti interessa sapere cosa hanno da dire queste 8 professioniste sulla disparità di genere nell’industria creativa italiana.

Perla Sardella, Documentarista

Nel pratico, ci sono degli ambienti, in cui ad oggi una regista ha più difficoltà a farsi strada?
Il problema è insito nel sistema, anche perché il lavoro del regista e del direttore della fotografia sono professioni decisionali, creative e autoriali, e ancora oggi vengono tendenzialmente associati agli uomini e sono ancora lo specchio della società in cui viviamo, che è patriarcale. Per le donne diventa difficile anche solo immaginarsi in queste posizioni ed esistono pressioni di molti tipi; vuoi per la questione della cura di una famiglia, o delle barriere e degli stereotipi legati ad una determinata tipologia di professione.

Nel cinema esistono infatti ancora molti ruoli tendenzialmente considerati femminili o maschili. Per esempio, il montaggio è storicamente ancora molto legato alla sfera femminile, e spesso anche registi affermati si sono affidati a montatrici donne. Per esperienza personale, anche a me è capitato di lavorare più come montatrice, e molto meno spesso di aver ricevuto o essere stata accettata ad offerte di lavoro come operatrice o regista.

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire una disparità di genere sulla tua pelle?
In realtà, non mi è mai capitato di percepire un salario diverso da persone di altro genere, ma bisogna sempre tenere conto che la maggior parte dei miei lavori sono stati su prestazioni occasionali. Nel caso di lavori a progetto, è sempre difficile in generale stabilire quale sia il salario che ti spetti, e questo in tutti i campi dell’industria creativa. È difficile capire veramente quale sia un salario ‘giusto’, proprio perché esiste un problema di trasparenza e ogni budget pone dei limiti e delle imposizioni. Quello che mi è capitato, è stato di leggere su di una richiesta di lavoro di montaggio una frase del tipo “preferibilmente di sesso maschile”, credo per via della paura di un’eventuale maternità. Ad ogni modo, qualsiasi ragione fosse, è sintomo che c’è bisogno di un cambiamento generale, in tutti i sensi, e nel cinema soprattutto. La professione di regista, specialmente se donna, si può raggiungere solo se si ha passione, ma soprattutto se si ha i supporti e le possibilità di accesso per poterlo fare. C’è bisogno di una produzione che ti sostenga, e di uno Stato che si faccia carico di questa evidente disparità tra generi.

Ti vengono in mente dei progetti/azioni che stanno agendo contro la disparità di genere, o che propongono una rappresentazione che esuli dal binarismo di genere?
Sicuramente esistono delle realtà che si occupano di fornire uno spazio inclusivo, penso al Sicilia Queer Festival, l’Integrazione FF, il Lovers FF. E poi c’è la newsletter di Chiara Zanini Cineaste, che si occupa di cinema, diversity ed inclusività, fornendo dati, news e riferimenti essenziali per dar voce ai talenti emergenti del cinema italiano ed internazionale. A Milano c’è il Filmmaker Festival che sicuramente fa attenzione all’inclusività, e in Svizzera Visions du Réel. Entrambi i festival di documentario, pur non essendo esclusivamente dedicati a quello, fanno molta attenzione alla rappresentazione delle minoranze.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno dell’ambiente dell’audiovisivo?
Sicuramente, sono molto contenta che se ne parli. C’è la tendenza a dar per scontato che esistano delle donne registe, il che è vero, però poi non si vedono o trovano mai i loro film ai festival oppure nei cinema. Di registe donne italiane contemporanee famose non ce ne sono poi così tante, c’è Susanna Nicchiarelli, Laura Bispuri, c’era Valentina Pedicini. Io sicuramente ho più colleghi uomini che donne, e comunque per tutte loro è una vera e propria battaglia. Se ne parla, quindi, e c’è chi dice che il fatto che se ne parli sia una sconfitta perché diventa un discorso intrinsecamente esclusivo. Io sono convinta che ci sia bisogno, oltre che di intavolare una conversazione urgente, che si inneschino dei cambiamenti, e quelli ci mettono sempre un po’ più tempo per rivelarsi.

Già il fatto che se ne parli, che il discorso si faccia strada nella coscienza collettiva, per me, è sicuramente importante e un primo marginale successo. Forse una spinta, una pressione in questo senso potrebbe far nascere una domanda di film di registe donne, per esempio, da parte dei Festival, così che più case di produzione producano film girati da donne, anche se non so se questa possa essere considerata una sconfitta, se i cambiamenti prendono atto da una matrice capitalista o incentrata sul mercato.

In che modo esplori la rappresentazione di genere all’interno della tua pratica?
Più che inserire questo discorso esclusivamente nella mia pratica, mi definisco un’attivista femminista nella vita, e applico i miei ideali in tutto ciò che faccio. Quindi sicuramente questo traspare anche nella mia pratica artistica e nel modo in cui filmo. La mia metodologia si incentra sul privilegiare l’ascolto, i punti di vista e i discorsi che normalmente restano ai margini, e soprattutto cerco di non imporre mai la mia presenza con la telecamera. L’idea che essere a capo di una situazione sottintenda che ci si debba imporre autoritariamente o emulare delle strategie tipicamente associate ad un stereotipo maschile è completamente diverso dall’idea di femminismo in cui io credo, e quindi cerco sempre di evitarlo. Per me, metà del lavoro è capire in che modo entrare nelle situazioni, decidere se abbia senso o meno la mia presenza in un determinato contesto o situazione, non imponendomi mai. Spero di influenzare chi lavora insieme a me con questa logica, ascoltando e rispettando chi entra nel campo d’azione del progetto.

Giulia Spagnulo (aka ZUZU), Fumettista

Cosa ne pensi della rappresentazione di genere nel mondo del fumetto?
Fare i fumetti è forse la prima forma di marginalizzazione che si riscontra entrando nel campo dell’arte, perché è un lavoro ancora molto stereotipato e sminuito. Da qui, il discorso sulla parità diventa ancor più complicato; quasi irraggiungibile finchè non esisterà una considerazione reale del lavoro del/della fumettista. Finché i giovani lavoreranno gratuitamente o resteranno estremamente sottopagati e questa forma d’arte verrà considerata di serie B, allora un discorso serio sull’inclusività sarà davvero complesso da approcciare. La questione di accesso al fumetto si fa ancora più problematica quando pensiamo che nella maggior parte dei casi non ci si può sostenere facendo questo tipo di lavoro, ed è dunque un settore, come molti altri dell’industria creativa, essenzialmente per privilegiati. Se puoi prenderti il lusso e il rischio di fare il fumettista, hai comunque bisogno di fondi, o di un secondo lavoro. Dunque anche la disparità nel campo del fumetto va letta e interpretata prendendo in forte considerazione questa cosa.

C’è da chiedersi, per esempio, nel momento in cui si nota che una maggioranza maschile nel mondo del fumetto, come venga collettivamente percepita questa pratica. In Italia, almeno, questa arte è ancora molto legata alla sfera dei fumetti seriali da edicola–in generale molto legati ad una cultura visuale tradizionalmente maschile–e questo effettivamente fa avvicinare meno donne al fumetto. La questione dell’accesso a questo mondo viene ostacolata da un tipo di cultura e immaginario collettivo ancora limitante sulla materia, e questo può essere uno svantaggio e un ostacolo al mestiere. Bisogna considerare la complessità di questa problematica, e nel caso del fumetto la prima grave mancanza è legata a come raccontiamo il fumetto, ed è importante che anche la stessa industria abbia il coraggio di mostrarsi nella varietà che lo contraddistingue.

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire una disparità di genere sulla tua pelle?
Parlando di critica, durante le interviste mi capita molto spesso che si converga sul discorso della sessualità e del sesso, assolutamente non prevalente nel mio ultimo libro. Il mio è un fumetto in cui il sesso non c’è quasi per nulla, forse c’è un riferimento sulla tematica dell’orientamento sessuale, ma di certo non sulla sessualità. Sembra quasi che se una donna tocca anche solo lontanamente questo argomento diventi inevitabilmente una questione di scelta, diventi uno statement politico. Ho letto tantissimi fumetti di uomini dove il sesso è molto prevalente e nelle interviste invece questo viene poco, o addirittura per nulla, menzionato. Come vengono raccontate le opere, come vengono esposte, viene insomma travisato dalla critica e letto ancora attraverso il genere dell’artista, dando così una visione distorta di questo mondo e togliendo la voce delle minoranze.

Esistono tantissime illustratrici e fumettiste donne, e ricordo ancora quanto rimasi stupita durante la ricerca della tesi a leggere e scoprire infiniti nomi di donne in quello che pensavo fosse un mondo prevalentemente maschile–Alien di Aisha Franz è stato una delle opere che più mi ha influenzato. Nella mia esperienza, non ho mai riscontrato nessun ostacolo causato dal mio genere d’appartenenza. Secondo me, il vero gap sta nella critica, che non riesce a dar valore a determinate figure o opere, lette esclusivamente in luce del genere di chi le ha prodotte.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno del mondo del fumetto?
Sicuramente l’ambiente dell’autoproduzione, quello che nasce dal sottosuolo, è uno scenario molto vivo e molto inclusivo, dove persone di tutti i generi, orientamenti ed etnie riescono a prendere il proprio spazio, o se lo costruiscono direttamente su misura. Però sicuramente in altri ambienti, vivendo in un mondo fortemente patriarcale, è difficile scappare da una disparità sistematica. Vedo un cambiamento positivo, ma sono anche cosciente che questo porterà con sé altri problemi. Per quel che mi riguarda, ho notato che, dal momento in cui queste tematiche sono giustamente entrate nella coscienza dell’industria creativa, sembra quasi che questa tematica si stia in qualche modo mangiando un po’ la creatività. Sicuramente affrontare queste problematiche serve per cambiare lo sguardo collettivo, ma sono anche convinta che non tutte le fumettiste debbano per forza essere attiviste nella propria pratica. Ovviamente un altro rischio è il pink o queer washing (sia da parte della critica, che dello stesso mondo dei fumetti), che dev’essere tenuto sott’occhio quando si affrontano questi argomenti, essendo un fenomeno ormai inglobato dal capitalismo.

Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore), CGI Designer

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire una disparità di genere sulla tua pelle?
Per quanto riguarda la mia esperienza lavorativa, mi è sempre capitato di essere una delle poche donne all’interno dei team di progettazione, e questo ha sempre avuto un’incidenza sulla mia percezione dell’ambiente professionale. Il fatto di essere una donna e di saper usare un computer è ancora percepito in maniera strana; c’è sempre il dubbio che ci sia una mancanza di competenza. Questa è una cosa che ho percepito sia a livello lavorativo che a livello personale, rendendomi conto che la mia figura non fosse presa seriamente al pari dei miei colleghi uomini.

Facendo parte del team di SERRA–un server Discord in cui ci occupiamo principalmente di networking e condivisione didattica gratuita che ad oggi conta più di mille membri– recentemente abbiamo riscontrato un gap di genere all’interno della nostra utenza. Le statistiche mostrano che solo il 12 percento dei membri iscritti sono donne, e solo 4 profili di queste sono attive. Questo è un esempio lampante di una profonda sottorappresentazione di genere, che ora stiamo approcciando sia a livello di brand identity, per rimarcare il fatto che il nostro progetto è un ambiente digitale creativo slegato dal genere, sia includendo sempre più persone di generi diversi e dar loro spazio nelle live e sul feed.

Ogni tanto mi capita di essere misgendered dai miei follower su IG, che, guardando il mio feed e i miei lavori, presuppongono direttamente che io sia un uomo. Quando ho comprato il mio nuovo computer, per esempio, ho ricevuto tantissimi messaggi in cui mi venivano chieste le specifiche del computer a modi interrogatorio, come per mettermi alla prova se effettivamente fossi cosciente e informata del mio acquisto. Esiste un presupposto che una ragazza finga di essere competente e informata rispetto alla tecnologia–magari per una feticizzazione di questo tipo di ideale–ma di feticizzazioni di questo tipo ne esistono in molti altri ambiti e non dovrebbe essere l’ideale o considerata una realtà effettiva

Nel pratico, ci sono degli ambienti, in cui ad oggi una CGI designer ha più difficoltà a farsi strada?
È un discorso che credo valga soprattutto in Italia e non all’estero, dove troviamo tantissimi collettivi di donne o non binary come DIGI-GXL. Non credo che il problema sia un’esclusione da parte dell’industria, ma per qualche motivo le donne in Italia non partecipano, non emergono in superficie o non hanno in qualche modo accesso a questo tipo di forma d’arte. Sicuramente esiste ancora una visione del CGI molto marginale, e viene ancora sicuramente ancora associato progettisti uomini, ma in generale credo che la stessa tecnologia credo venga ancora associata ad un universo maschile–vedi il gaming o la programmazione. È tutto legato ad un immaginario che credo escluda una partecipazione più femminile.

A livello lavorativo non ho mai visto limiti basati sul genere, ma c’è da dire che la maggioranza delle figure che stanno ai vertici di questa professione, le più conosciute e ricercate, sono indubbiamente uomini. Questo per un fattore statistico, perché se la partecipazione e l’accesso a questo ambiente è maggiormente maschile, sicuramente questo influenza anche l’accesso a un determinato livello di notorietà. Quello che ho notato è anche che, nel momento in cui ho partecipato a progetti molto grossi, sono sempre la minoranza e ci sono sempre meno donne, tranne nell’ambiente della moda dove ho trovato una maggioranza femminile nel team anche grafico e visual. Nell’ambito musicale, invece, ho notato proprio il contrario, e mi trovo ad essere sempre l’unica donna nel team di progetto. Questo solleva chiaramente un discorso su quanto l’idea di un ambiente influenzi o ostacoli la rappresentazione di un determinato genere all’interno del suo mondo.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno dell’ambiente del CGI design?
In Italia c’è più resistenza, ma vedo sicuramente un cambiamento. Solamente un anno fa non conoscevo nessuna ragazza che facesse il mio lavoro, invece oggi ne conosco molte di più e abbiamo iniziato a trovarci su diversi social. Questo vuol dire che c’è più propensione ad esporsi, e quindi tutte le donne designer che già esistevano hanno iniziato a rappresentarsi autonomamente sui social, oppure che effettivamente il numero sta aumentando, o forse tutte e due le cose insieme. È sicuramente un andamento positivo, facilitato dalla presenza del social media su cui artisti e artiste possono rappresentarsi in maniera autonoma. Ci sono anche delle dinamiche interne che non vanno prese sottogamba in senso opposto, ossia che a pari abilità sembra quasi che sia stupefacente che le donne riescano ad essere così brave al computer, sembra che in qualche modo si debba a loro ancora più ammirazione solamente per il fatto di essere donna. Questo ovviamente è una stereotipizzazione che sembra giocare a favore delle donne, ma ovviamente è una percezione corrotta del talento e del merito di un designer.

Lorenza Liguori, Fashion Graphic Designer

Nel pratico, ci sono degli ambienti, in cui ad oggi una Fashion Graphic Designer ha più difficoltà a farsi strada?
Diciamo che in quest’ambiente non credo ci sia più bisogno di parlare di un pay gap di genere, è una cosa che né io né le mie colleghe abbiamo mai sperimentato. Sicuramente però esiste una discrepanza tra chi riesce a raggiungere delle posizioni di rilievo, ad oggi occupate in prevalenza da figure maschili. In generale, la maggior parte della forza lavoro all’interno della produzione di moda sono donne–più del del 70% dell’industria–, ma solo poche riescono a scalare la gerarchia professionale. Questa situazione è evidente anche nei numeri delle iscrizioni alle scuole di moda, in percentuale molto più frequentate da donne, ma fondamentalmente chi riesce ad ottenere un ruolo decisionale e creativo è spesso un uomo. Un caso emblematico che ha fatto scalpore negli ultimi tempi è stato il debutto di Kim Jones per Fendi. Da un bacino di designer donne, professionisti non binari, e talenti di altre etnie così vasto, è impensabile che un designer singolo sia a capo di due collezioni di due delle maison più rilevanti della moda. C’è bisogno che si dia accesso a più figure, in maniera più inclusiva.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno dell’ambiente della grafica per la moda?
Recentemente mi è capitato di collaborare ad un progetto per un brand di moda molto inclusivo, in cui anche all’interno del team hanno cercato di rispecchiare una diversity che esulasse dal binarismo di genere. Azioni come queste, e il fatto di avermi inclusa nel progetto come donna queer, mi dimostrano un miglioramento in senso positivo e un’attenzione a tematiche importanti e urgenti. Sono convinta che sia importante parlare e tenere a mente una rappresentazione inclusiva, ma allo stesso tempo è categorico che qualcuno debba essere scelto per merito e per le proprie abilità, al di là del proprio genere, orientamento o etnia. Recentemente ho anche letto che nel 2020 c’è stato un boom di CEO donne a capo di brand di lusso e moda, e questo dimostra quanto tutto possa cambiare nel giro di pochi anni o addirittura mesi. Mi è anche capitato, in occasione di una collaborazione per un libro sul lettering, che non mi sia stata chiesta nessuna informazione o bio fino al momento della stampa, e questo mi ha fatto davvero piacere, dimostrandomi che possono esistere processi di selezione trasparenti e meritocratici.

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire una disparità di genere sulla tua pelle?
È una problematica che ho notato in maniera evidente approcciandomi al mondo della musica, specialmente l’ambiente della trap e del rap, uno spazio quasi del tutto occupato da uomini, guidati da una filosofia molto da branco, da crew. È un ambiente a cui mi piacerebbe partecipare molto più attivamente, ma in cui ho trovato molta difficoltà ad affermarmi o semplicemente ad entrare, essendo i lavori grafici spesso affidati ad una cerchia ristretta di grafici già affermati. Nel mio caso, comunque, mi occupo di un tipo di graphic design più specifico, quello della grafica per i capi, che come ho già detto ho imparato sul campo e che rende la mia figura un ibrido tra grafica e conoscenze di prodotto. In questo ambiente ho avuto l’impressione che ci sia più presenza di figure femminili rispetto al solito. La mia idea è che ci sia anche una rappresentazione forse influenzata dal retaggio dello stereotipo della “sarta”, delle petites mains, e degli ideali di precisione e organizzazione tradizionalmente legati alla sfera femminile. Ma non potrei spingermi a dire se questo sia un caso dettato dai limiti della mia esperienza oppure no.

Essendoci però talmente tanti stereotipi legati a specifiche occupazioni, mi spaventerebbe l’idea che anche in lavori così nuovi ci sia il rischio che si instaurino queste strutture patriarcali e vengano associati o identificati ad un genere specifico. Un’altra cosa che ho notato sulla mia pelle, è che quando mi trovo a lavorare in un ambiente prettamente maschile, anche se subconsciamente, tendo a impormi la pressione di dare il 110%, come se dovessi dimostrare quanto valgo agli occhi dell’altro, cosa che mi capita anche lavorando in un team di donne, ma sento di avere un atteggiamento più rilassato e self-confident.

Cosa ne pensi, nello specifico, della situazione Italiana?
Casualmente mi era capitato di fare un internship a Birmingham in un’agenzia di comunicazione durante l’università–parliamo di sei anni fa–e mi ricordo benissimo la sensazione di stupore di vedere un ambiente totalmente misto, diversi genere, etnie, orientamento, il tutto legato alla sfera lavorativa. Adesso credo che le cose stiano cambiando anche in Italia, e si inizia a intravedere un’inclusività vera anche all’interno del mondo professionale. Sta di fatto che noi avremo vinto solo quando non ci sarà più bisogno di fare i conti su rappresentazione e parità.

Irene Montemurro (aka Maura Sappilo), Artista Visiva e Illustratrice

Nel pratico, ci sono degli ambienti, in cui ad oggi un’artista ha più difficoltà a farsi strada?
Solamente pensare che la maggioranza delle artiste donne che conosciamo ha avuto accesso all’arte perché nate da famiglie di artisti dovrebbe farci farci riflettere. Oggi ovviamente non è così ma c’è ancora molto da fare a livello didattico e soprattutto economico, perché sicuramente è un luogo e una professione che (almeno all’inizio) non offre molti supporti finanziari e presuppone una situazione di privilegio da parte di chi vuole accederci. Personalmente, non avevo mai sentito parlare di Carol Rama, Louise Bourgeois, Charlotte Salomon etc. prima di trasferirmi in UK. E qui siamo solo nel Novecento. Il liceo italiano penso sia abbastanza colpevole in questo senso, e non so quanto sia cambiato, perché il manuale di storia dell’arte delle mie sorelle arriva agli anni novanta parlando dei Young British Artists e cita Damien Hirst ma non Tracey Emin e Sarah Lucas. Questo dimostra un atteggiamento miope nei confronti della storia dell’arte, perché le fonti e le informazioni su queste artiste esistono eccome.

C’è anche la problematica che più nello specifico il campo dell’illustrazione e del disegno sia tendenzialmente ritenuto meno serio, meno importante di altre forme d’arte. In questo ambiente esistono tantissime professioniste donne, ma è in quello della Fine Art che sembrano scomparire. Nella mia esperienza, mi è sempre sembrato che all’interno degli ambienti di forme d’arte considerate ‘più basse’, ci sia una presenza sempre maggiore di donne e di minoranze, poi scalando le vette dell’arte considerata più ‘seria’, ce ne siano sempre meno.

Perché secondo te esiste un gap di genere nel mondo dell’arte?
Mi sono sempre chiesta, per quanto continui a piacermi Frida Kahlo, non è incredibile che le ragazze della mia generazione conoscessero solo lei? Perché Natalia Goncharova o Singh Sher-Gil non sono considerate icone del modernismo? L’esclusione sistematica delle donne o di qualsiasi minoranze dalla narrazione della storia dell’arte tradizionale è correlata all’aspettativa che questi soggetti debbano riprodurre lo stesso tipo di creazioni rispetto ai loro contemporanei che invece appartengono alla categoria dominante. E questo è assurdo, perché a parità di talento e dedizione, in virtù di esperienze di vita oggettivamente diverse, si svilupperanno necessariamente sensibilità, interessi, competenze ed urgenze diverse.

È anche molto probabile che per via di questa mancata valorizzazione tantissime opere nel corso del tempo siano andate perdute. Semplicemente non è vero che non ci sono state artiste donne o artisti parte di minoranze abbastanza rilevanti nel Novecento, per rendersene conto basta vedere quanto è lunga la lista di episodi del podcast di The Great Women Artist o guardare il documentario della BBC Whoever Heard of a Black Artist? Britain’s Hidden Art History, oppure osservare il fatto che sia attualmente in atto tutto un processo di rivalutazione della categoria di ‘outsider artist’. Il fatto è che queste artiste e questi artisti veicolavano contenuti ritenuti fino a poco tempo fa non abbastanza interessanti, oppure troppo politici o troppo personali per il mercato dell’arte.

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire il gender gap sulla tua pelle?
Un episodio che mi ha fatto riflettere è stata una conversazione con Sarah Pickstone RA, pittrice ed insegnante che avevo scelto come tutor per il percorso di residenza annuale assegnatomi insieme ad un importante premio in funding per realizzare una mostra personale, al termine dei miei studi alla Royal Drawing School. In quell’occasione Sarah mi raccontava che la reazione alla vincita di questo premio era radicalmente diversa tra generi. Le vincitrici donne, in genere, erano immediatamente assalite dalla Sindrome dell’Impostore, non riuscivano a giustificare il proprio ruolo, vivevano il premio come un gran senso di colpa, e sentivano di doversi riguadagnare il posto assegnato. Sarah mi ha dimostrato in qualche modo di non essere stata l’unica nè la prima ad essermi sentita così, dicendo che la più grande sfida per un’artista donna non sono tanto le barriere esterne, quanto il dover decostruire l’idea di non appartenere ad un determinato spazio, di non poter sostenere un ruolo di rilievo e di riconoscimento. Un premio come quello che ho ricevuto implica anche un tipo di responsabilità che non siamo educate/abituate ad assumerci, una visibilità che non sappiamo come gestire. Questo spesso ci blocca in partenza, e se arrivare al punto zero (ovvero giustificare la propria esistenza come artiste) è così faticoso, lo sarà a maggior ragione fare tutti i passi dopo per costruire la propria carriera. È chiaro che non tutte si rivedranno in questa analisi, io sicuramente sì.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno dell’ambiente dell’arte e del disegno?
Il mercato rimane comunque un mercato, e anche il ‘woke capitalism’ per sua natura non arriverà mai ad abbracciare posizioni veramente rivoluzionarie. Non conosco bene il contesto italiano, però mi vengono in mente delle gallerie che offrono proposte molto interessanti sia a contemporanei che in forma di retrospettiva come Pippy Houldsworth Gallery, la Drawing Room e i progetti di Vo Curations a Londra; e poi Kerry Schuss e Shrine a New York. Un approccio veramente inclusivo (femminista, intersezionale e decolonizzato) alla storia dell’arte non può limitarsi ad includere persone che, seppur appartenenti a gruppi più o meno esclusi dalla storia accademica, ne rispecchiano gli standard: deve allargare il proprio sguardo ed il concetto di valore (e non sono l’unica a pensarlo).

Valentina Neri, Creativa e Fotografa

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire una disparità di genere sulla tua pelle?
Sicuramente agli appuntamenti di lavoro con colleghi uomini la tendenza è quella di riferirsi automaticamente a loro. Un’altra cosa che ho notato è che esiste una narrazione della fotografia ancora improntata su dicotomie di genere, secondo dei criteri a mio parere abbastanza superati. Una fotografia cruda o documentaristica non si può definire maschile, così come una più dolce o poetica non può essere definita femminile.

Ricordo anche una discussione tra me, una collega e un collega entrambi fotoreporter e quanto fosse evidente la differenza di prospettiva tra noi donne e lui parlando di un lavoro che richiede il viaggiare, l’allontanarsi spesso e delegare responsabilità. Non esiste una visione giusta o sbagliata, è un tema estremamente personale, ma sicuramente c’era una discrepanza tra percezioni, pressioni e premure rispetto al concetto di famiglia, radicalmente diverso tra generi, il che è sicuramente sintomo di una problematica che va affrontata.

Nel pratico, ci sono degli ambienti, in cui ad oggi una fotografa ha più difficoltà a farsi strada?
Esistono ancora degli ambienti all’interno della fotografia in cui le donne fanno più fatica a farsi strada, e i motivi possono essere molteplici–dall’accessibilità a fattori prettamente logistici–penso a lavori che richiedono macchinari da trasportare spesso anche molto pesanti o, come dicevo, lavori che richiedono viaggiare e spostarsi, magari raggiungendo zone di conflitto. Dall’altra parte ci sono degli ambienti in cui la figura femminile è percepita in maniera nettamente diversa, come nella fotografia di cerimonie, matrimoni o eventi, dove si riscontra molta serenità nel vedere la presenza di una donna all’interno del team di fotografi, etichettandola forse subito come più sensibile, organizzata o responsabile. Cosa ovviamente falsa in quanto dipende solo ed esclusivamente dall’individuo e non dal genere.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno dell’ambiente della fotografia?
Non posso dire di non star vedendo un cambiamento, perché è chiaro che ci sia una tendenza ad un’apertura e un tentativo di miglioramento. Noto sicuramente molti più profili social di donne fotografe che si stanno facendo notare, che si fanno conoscere attraverso i propri lavori. Si vedono più vincitrici di concorsi fotografici e giurie composte da donne. Esistono anche concorsi solo per donne, che sicuramente in qualche modo danno accesso e visibilità a più artiste, anche se in qualche modo credo che questi progetti limitino il discorso paritario. Mi auguro che con i cambi generazionali si venga sempre più incontro ad una visione inclusiva e paritaria verso qualunque genere, etnia o orientamento.

In che modo esplori la rappresentazione di genere all’interno della tua pratica?
Rispetto al mio libro Almanacco Toilet Club, premetto di non essere entrata nel mondo drag per uno studio sociale, ma semplicemente per sentimento ed estetica. Ho cercato di offrire un veicolo per rappresentare una forma d’arte che sradica il concetto di binarismo di genere e ovviamente questo è stato un punto centrale del progetto. Tutte le foto moderne delle drag sono progettate per essere sature, patinate, molto glam, mentre io ho cercato di riportare quel mondo attraverso il mio sguardo e in maniera molto onesta, reale e documentaria. Ho ricevuto molti feedback positivi da parte dei performer per non aver standardizzato la loro cultura e per aver offerto un nuovo tipo di immaginario, diverso da quello mainstream. Mi sono approcciata a questo lavoro ovviamente coscientemente, riprendendole come persone e cercando di non conformarle ad un tipo di narrazione stereotipata della loro pratica.

Elisa Maisenti, Make-Up Artist

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire una disparità di genere sulla tua pelle?
Durante questi anni ho notato una rappresentazione molto più femminile che maschile all’interno del mondo del make-up, sia nell’ambito formativo che professionale. È un mondo molto saturo e dominato da una prevalenza femminile, e lo dimostrano le partecipazioni a fiere e alle figure presenti all’interno di agenzie. Sicuramente esiste una tendenza che la voce dei MUA vada un po’ a perdersi al di là del genere, essendo tradizionalmente percepita come una professione secondaria e rinunciabile, anche se non è per nulla così. Questo ovviamente accade in dei mondi in cui non si apprezza il ruolo sostanziale di questa professione.

Ho sperimentato sulla mia pelle il fatto che in certi ambiti i truccatori uomini si trovano davvero svantaggiati, come se la presenza su di un set fosse in qualche modo validata dal genere di appartenenza e non dalle effettive competenze–il che è sminuente sia per chi viene escluso sai per chi viene incluso dalle occasioni professionali. Una delle cause di questa disparità credo sia legata all’immaginario comune (per nulla inclusivo) dei marchi di make-up o beauty, essendo esplicitamente e continuamente associati esclusivamente alla sfera femminile. Soprattutto all’interno della cultura visuale dei brand di cosmetici italiani, a dominare sono immaginari legati alla donna–vedi l’identità visiva di Deborah, Collistar o Kiko. Questo influenza inevitabilmente il bacino di persone che si approcciano a questo tipo di professione. Purtroppo, sembra che le questioni di inclusività e diversity non siano ancora approcciate in maniera radicale, almeno a livello di marchi molto famosi. La stessa cosa accade per i prodotti da uomo, iper-mascolinizzati e strettamente collegati ad una visione molto binaria di genere, in cui l’uomo viene mostrato esclusivamente prestante, sportivo e muscoloso.

Ti vengono in mente dei progetti che stanno agendo contro la disparità di genere, o che propongono una rappresentazione che esuli dal binario di genere?
Esistono dei progetti molto recenti, specialmente marchi di beauty e trucco molto giovani, che hanno una visione inclusiva ed aperta e che presentano, anche attraverso la loro comunicazione, più tipologie di persone per delineare la propria narrazione del make-up e dei cosmetici. Penso a brand come espressoh, che ha solo tre anni, o SUPERFLUID–il nome stesso è un manifesto di inclusività– tutti progetti che stanno sdoganando una visione binaria rispetto al beauty. Sono brand creati da persone che hanno vissuto questa mancanza, questa lacuna nella rappresentazione di genere e che hanno cercato di sopperirla in maniera genuina e autentica senza nessun tipo di washing.

Poi ci sono delle comunità che, pur non essendo istituzionalmente legate al make-up, fanno parte del mondo del trucco e ne sovvertono le regole. La presenza di sempre più drag queen sui social media o nei club delle città italiane sicuramente sta dando un nuovo volto al beauty, rompendone le regole e scacciandone lo stigma. Queste figure sono essenziali nel tessere delle nuove narrazioni legate al beauty che cambino la visione italiana rispetto a questa pratica e dunque anche rispetto alla professione del MUA, soprattutto a livello performativo. Anche nella musica, ci sono molti più artisti che mostrano estetiche ibride, che possono comprendere anche un trucco pesante o smalto evidente, penso a Venerus, ad Achille Lauro, Rosa Chemical, che nella loro libertà di espressione sicuramente mostrano una nuova applicazione del trucco che sicuramente ne influenza una visione più inclusiva.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno dell’ambiente del make-up?
Ho molta speranza nelle nuove generazioni, perché mi rendo conto che è davvero difficile far cambiare queste idee a persone che non sono legate al mondo della moda, della musica, l’arte, o dei set in generale. Le norme estetiche di genere sono molto radicate ad una visione tradizionale di performatività di genere, che l’industria creativa ha in qualche modo la responsabilità di cambiare. Mi vengono in mente figure come Madrona Redhawk, l’artista che utilizza il make-up come forma d’arte senza nessuna connotazione di genere, essenzialmente come mezzo creativo d’espressione. Credo che la creatività, con il coraggio di poter osare, sperimentare e rompere le barriere che la contraddistingue, sia una risorsa essenziale nel dare un nuovo volto alla percezione e rappresentazione di genere collettiva.

Martina Rizzieri, Fashion Designer e Modellista

Nel pratico, ci sono degli ambienti, in cui ad oggi una fashion designer ha più difficoltà a farsi strada?
Ci sono parecchi ambienti in cui una designer ad oggi non ha accesso, basti guardare i nomi delle stiliste emergenti attuali, anche nella moda più commerciale. Sono pochissime, per non parlare delle designer che stanno ai vertici dell’industria. Personalmente anche io ho riscontrato diversi ostacoli approcciandomi al mondo lavorativo e credo che tante volte le donne vengano spinte a cercare dei lavori esclusivamente legati alla sfera dello sviluppo prodotto, a lavori più tecnici che creativi. Mi sono sentita molto ignorata e si percepisce uno svantaggio di partenza, forse per un retaggio anche storico che vede la donna relegata alla sfera dell’economia domestica e della sartoria più amatoriale.

È difficile capire come da un bacino così vasto di designer e di studentesse iscritte a moda così poche riescano a raggiungere i vertici, anche se è sempre stato così. Non saprei dirti perché, anche se è chiaro che sia una questione sistemica. Recentemente ci sono stati dei casi emblematici, come Kim Jones che è stato appuntato come direttore creativo di Fendi, pur essendo già direttore creativo di Dior Uomo; Virgil Abloh lo è sia di Off-White che di LV; Matthew Williams sia da Alyx che da Givenchy. Insomma, in un mondo saturo di giovani designer di tutti generi ed etnie, l’industria della moda si permette di far occupare tutte le posizioni da una manciata di designer. Questo non si vede con designer donne, forse sono incluse in collaborazioni e partnership, ma sicuramente non sono a capo di più brand così grossi.

Ci sono delle esperienze che hai vissuto che ti hanno fatto percepire una disparità di genere sulla tua pelle?
Sicuramente non speravo di andare a fare la modellista, avendo studiato per diventare designer, ma nel mio caso ho trovato uno sbocco professionale solo nell’ambiente tecnico, ed eseguo dei disegni di un uomo. Gli esempi di donne che abbiamo nella moda sono pochi, e spesso fanno parte di alcune generazioni più grandi della nostra. È difficile immaginarsi di diventare una designer di quel calibro se il loro percorso personale ha avuto luogo a decenni di distanza dal nostro. Questo anche perché le poche donne che oggi sono a capo delle maison, hanno impiegato molto più tempo a raggiungere quelle posizioni, mentre vediamo molti più designer giovani uomini a capo non solo di una, ma di più maison al tempo stesso. Non solo abbiamo bisogno di esempi, ma di riferimenti anche più giovani in cui possiamo immedesimarci realmente, dal momento che sono cambiate le modalità attraverso cui si articolano immaginari e professioni.

Sono convinta che ci sia stato un balzo di abitudini, di occasioni e di opportunità tra generazioni. In Italia prima non serviva un titolo di studi per diventare stilista, oggi c’è molta più opportunità di ricevere una formazione, ma questo amplia anche la competizione, e di molto. Il problema è che questo bacino di studenti non possono essere supportati da un sistema di moda e una domanda di assunzione di questo tipo, e sembra che questo ambiente sia saturo sia a livello accademico che professionale, con però una rappresentazione maggiormente maschile ai vertici.

Percepisci un cambiamento nella rappresentazione di genere all’interno dell’ambiente del design della moda?
Ci sono sicuramente esempi di designer emergenti donne che stanno avendo successo, la maggior parte di cui però sono all’estero perché spesso, almeno all’inizio, sono supportate da dei sistemi accademici, concorsi o sistemi di funding praticamente inesistenti qui in Italia. Qui sono pochissimi, e comunque non facilmente accessibili da tutti. Di questi esempi infatti possiamo vederne in Inghilterra, in America, in Italia manca una sistematizzazione teorica della moda, una struttura, delle metodologie di conoscenza che facilitino la crescita di nuovi brand e che diano una visione ampia di questa industria.

Attraverso i social media si sta dando voce a persone, progetti e azioni inclusive, varie, slegate dal binarismo di genere che ribaltano la situazione e mettono in discussione delle tradizioni, e che sono convinta che daranno forma ad nuova percezione della moda. Credo che nel mondo indipendente si sia creato un ambiente fidelizzato basato sulla fiducia, dove designer, stylist, fotografi e art director freelancer si sentono più liberi e in cui i sistemi patriarcali hanno meno accesso proprio per la natura indipendente, di nicchia e da outsider del digitale. Instagram è un canale fruttuoso per questo tipo di network, ed è diventato il raggio d’azione per la costruzione di un nuovo ambiente professionale più positivo e meno corrotto.

Ti vengono in mente dei progetti che stanno agendo contro la disparità di genere, o che propongono una rappresentazione che esuli dal binario di genere?
In questo momento c’è bisogno di pensare a dei nuovi sistemi per diventare dei designer emergenti senza supporti istituzionali, e Instagram e i social media si sono rivelati davvero essenziali in questo percorso. Attraverso i social media si sta dando voce a persone, progetti e azioni inclusive, varie, slegate dal binarismo di genere che ribaltano la situazione e mettono in discussione tradizioni, sono convinta che queste azioni daranno forma ad nuova percezione della moda. Oltre a questo vedo anche molta più tendenza a dar voce a brand e personalità emergenti da parte dei media e degli stessi brand. Collaborazioni tra giovani che si supportano a vicenda è un esempio di solidarietà, penso a Federico Cina che ha collaborato con le studentesse Camilla Marchi e Matilde Dal Bianco, azioni di retail come magarchivio, e figure come il designer di accessori Gio Forbice sono esempi di come il digitale stia reagendo ad una mancanza nel mondo della moda creando immaginari autentici, reali e costruendo nuove narrazioni della moda.

Crediti

Testo di Carolina Davalli
Intervistate: Perla Sardella, Giulia Spagnulo (aka ZUZU), Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore), Lorenza Liguori, Irene Montemurro (aka Maura Sappilo), Valentina Neri, Elisa Maisenti, Martina Rizzieri
CGI Design di Alessandra Vuillermin

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